Si parla spesso, nel mondo della narrazione e della cultura in generale, della necessità di avere uno sguardo ampio e imparziale sui fatti infiniti che accadono nel mondo.
È un concetto affascinante, eppure terribilmente difficile da mettere in pratica. Se ci fermiamo a riflettere, in questo stesso istante, in ogni angolo del globo, sta accadendo letteralmente di tutto. C’è chi nasce e chi muore, chi compie atti di inaudita generosità e chi si macchia di crimini efferati.
L’umanità è un calderone ribollente di contraddizioni, luci abbaglianti e ombre nerissime.
Quindi, se il mio obiettivo è quello di essere uno scrittore – un creatore di mondi – ma anche un lettore appassionato e un esploratore di questi stessi mondi, la prima regola non scritta dovrebbe essere chiara: devo coltivare uno sguardo che sia il più possibile imparziale.
Devo allenarmi a osservare senza l’urgenza di emettere sentenze – cosa che i sapientoni laureati di norma fanno sempre.
Questa tensione tra il bene e il male, tra la luce e l’ombra, è esattamente ciò che cerchiamo quando, per esempio, apriamo le pagine di un libro thriller psicologico. Vogliamo esplorare l’abisso, ma per farlo, l’autore non deve giudicare i suoi personaggi, deve semplicemente mostrarceli per quello che sono.
Eppure, se guardiamo alla nostra realtà quotidiana, vediamo quanto sia tragicamente facile schierarsi. Attenzione: prendere una posizione non è un male di per sé. Avere dei valori, delle bussole morali, delle convinzioni politiche o sociali è ciò che ci definisce come individui all’interno di una collettività.
Il male si insinua in un altro momento preciso: quando io sono convinto, non tanto di valere più dell’altro, ma che l’altro non abbia nemmeno il diritto di esprimersi o di godere dei diritti che io ritengo miei per natura.
L’ombra dell’Autoritarismo e la sindrome dell’Orchetto
A questa dinamica, a questa presunzione di superiorità morale, diamo solitamente il nome di autoritarismo, anti-pluralismo o, per usare un termine storicamente più carico, fascismo inteso come principio assoluto.
Non stiamo parlando qui, banalmente, di persone che coltivano il pensiero politico di destra. Stiamo parlando di una forma mentis, di un atteggiamento psicologico che trascende gli schieramenti tradizionali.
Perché se diamo uno sguardo onesto, scevro da pregiudizi, a destra e a sinistra nel nostro attuale assetto sociale, vediamo chiaramente come da entrambi i lati ci sia una crescente intransigenza.
C’è una volontà sempre più feroce di relegare al silenzio chi non la pensa come noi. Questo avviene costantemente sui social media, nei salotti televisivi, nelle università, spesso accompagnato da insulti, gogne mediatiche o epiteti denigratori volti a disumanizzare l’avversario.
Il succo della questione è tanto semplice quanto allarmante: quando io mi ergo a giudice supremo, arrogandomi il diritto di decidere chi può parlare e chi non può farlo, automaticamente mi sto trasformando in un “orchetto”.
Li conosci, vero? Gli orchi neri nati dalla penna di J.R.R. Tolkien ne Il Signore degli Anelli. Nella mitologia tolkieniana, gli orchi simboleggiano l’oscurità, il male, la coercizione mentale e fisica, il pugno di ferro di un padrone che non ammette repliche. Sono l’incarnazione dell’assolutismo.
Nel corso dei decenni, c’è stato chi si è lanciato in spericolate analisi sociologiche, affermando che l’opera di Tolkien fosse una propaganda imperialista e che gli orchetti rappresentassero la classe operaia comunista.
Altri, al contrario, hanno sostenuto che semmai fossero proprio i fascisti, le camicie nere della Terra di Mezzo.
Ma l’importante, per noi che vogliamo comprendere i meccanismi della narrazione e della società, è capire come tutte queste etichette siano, in fondo, delle fesserie. L’orchetto non ha un colore politico: l’orchetto è chiunque voglia zittire il prossimo con la forza.
L’Arena delle Idee: Il diritto di non essere repressi
Ripeto e rafforzo il concetto: se voglio davvero essere un creatore e un esploratore di mondi, devo necessariamente lasciare che ognuno abbia la possibilità di esprimersi all’interno della grande arena del dibattito pubblico.
Non ho alcun diritto di reprimere. Se lo faccio, altrimenti, sto applicando la più antica e pericolosa delle massime: “O con noi o contro di noi“.
Diciamo che l’impulso fascista, o totalitario, può essere riassunto in questo modo: l’individuo non è mai considerato il valore supremo.
L’individuo deve subordinarsi a una comunità collettiva — che sia la nazione, il partito, o l’ideologia del momento — considerata ontologicamente superiore. Questa comunità deve essere unita, disciplinata, compatta e guidata da un’autorità (o da un pensiero unico) forte; di conseguenza, il dissenso, poiché minaccia questa illusoria unità granitica, non solo è un fastidio, ma diventa un cancro da estirpare e reprimere.
Tuttavia, chiudiamo gli occhi davanti alla realtà se non ammettiamo che, negli ultimi anni, abbiamo visto atteggiamenti di fortissima intolleranza verso il dissenso anche (e talvolta soprattutto) in ambienti e realtà che si definiscono fieramente di sinistra.
Abbiamo assistito a campagne di delegittimazione, ostracismo sistematico (la cosiddetta cancel culture), insulti e tentativi mirati di escludere dal dibattito intellettuale e lavorativo chiunque osi sostenere posizioni considerate inaccettabili dall’ortodossia del momento.
Dobbiamo riconoscerlo, e dobbiamo farlo senza doppi standard. L’importante è esserne consapevoli e capire che, in fondo, siamo tutti sulla stessa identica barca. Tutti noi, nessuno escluso, possiamo covare impulsi autoritari, tribali, conformisti e punitivi.
La censura dei dissidenti non è mai stata un’esclusiva del fascismo storico: è tipica di tutti i sistemi autoritari e totalitari. Anche i regimi comunisti nel corso del Novecento hanno represso violentemente gli oppositori, controllato la stampa, epurato la cultura e limitato drasticamente la libertà di espressione.
Cambia l’ideologia che giustifica la repressione, cambia il colore della bandiera che sventola sul palazzo del potere, ma il meccanismo di controllo e la volontà di annientare la voce altrui restano drammaticamente simili.
Perché accade questo? Perché siamo tutti esseri umani.
Ce l’abbiamo dentro. Esiste un nucleo oscuro nella nostra psiche che teme il caos del dissenso e cerca rifugio nell’ordine imposto. E il vero problema comincia esattamente quando crediamo che questa possibilità – la possibilità di diventare noi stessi gli oppressori – riguardi sempre e soltanto gli altri e mai noi stessi.
Il Thriller della Mente e gli autori contemporanei
È qui che la letteratura contemporanea, e in particolare il genere del thriller psicologico, ci viene in aiuto offrendoci uno specchio implacabile.
Un ottimo libro thriller psicologico non è quello in cui c’è un detective buono e immacolato che dà la caccia a un cattivo mostruoso e irreale. Le opere migliori sono quelle che ci costringono a empatizzare, o perlomeno a comprendere, le motivazioni del mostro, facendoci dubitare della nostra stessa purezza.
Se guardiamo alla letteratura degli ultimi 15 anni, troviamo autori straordinari che avallano esattamente questa visione del mondo: l’assoluta necessità di sospendere il giudizio morale per poter raccontare la verità dell’animo umano, senza censure e senza conformismi.
Prendiamo ad esempio Gillian Flynn, autrice esplosa a livello mondiale nel 2012 con L’amore bugiardo (Gone Girl). La Flynn ha rivoluzionato la narrativa di suspense proprio rifiutandosi categoricamente di creare personaggi “edificanti” o conformi alle aspettative morali della società.
I suoi protagonisti sono tossici, manipolatori, pieni di ombre. La Flynn non li giudica, non usa la sua penna per dirci cosa è giusto o cosa è sbagliato; semplicemente, apre le porte della loro psiche e ci invita a guardare dentro.
Non censura le parti più sgradevoli dell’animo umano (soprattutto femminile, decostruendo il mito della vittima perenne), dimostrando che per essere un grande creatore di mondi devi accogliere anche le verità che disturbano il senso comune.
Un altro esempio magistrale, restando anche in Italia, è Donato Carrisi, che con romanzi come Il suggeritore (2009) fino alle sue pubblicazioni più recenti, indaga costantemente il confine sottilissimo tra il cacciatore e la preda, tra il poliziotto e l’assassino.
Nelle sue opere, l’abisso guarda sempre dentro di te. Carrisi ci insegna che il male non è un’entità aliena da isolare e zittire, ma una componente intrinseca della natura umana che va esplorata imparzialmente. Se l’autore si schierasse, se usasse il romanzo per fare una predica morale su quanto l’assassino sia “cattivo”, la tensione crollerebbe. L’esplorazione fallirebbe.
Questi autori sanno bene che in un libro thriller psicologico di successo, così come nella vita reale, la divisione manichea tra buoni perfetti e cattivi assoluti è una favola per bambini.
La realtà è fatta di sfumature di grigio, e il compito dello scrittore è navigarle tutte senza la pretesa di tracciare confini con il pennarello rosso.
Ascoltare le note stonate
Siamo tutti d’accordo che non schierarsi mai, nella vita di tutti i giorni, è probabilmente impossibile e forse nemmeno auspicabile. Ripeto: il problema non è avere una posizione forte. Il problema nasce quando la mia posizione mi autorizza, nella mia testa, a togliere all’altro il diritto di stare nella mia stessa arena.
Tutto questo ci serve per dire che nel grande e caotico mondo dell’arena umana, il problema centrale non è mai prendere posizione: è trasformare la propria posizione in un diritto divino a opprimere gli altri. E a nessuno, a nessuna latitudine e sotto nessun regime, piace essere oppresso.
Quello che intendo, in definitiva, è l’urgenza di aprire il proprio pensiero al grande scenario del mondo e provare a diventarne un portavoce onesto.
Questo non significa che io, come scrittore, non debba scegliere cosa raccontare o quale storia mettere in scena. Significa, però, che devo avere il coraggio e l’apertura mentale di lasciare spazio anche a ciò che mi contraddice ferocemente, a ciò che mi disturba nel profondo, a ciò che mette in crisi le mie fragili certezze.
Se scelgo di immergermi nella stesura o nella lettura di un libro thriller psicologico, accetto implicitamente di confrontarmi con i demoni della mente. E se posso farlo sulla pagina scritta, devo imparare a farlo anche nel dibattito civile.
Uno scrittore, in fondo, è come uno strumento musicale: non dovrebbe mai pretendere di costringere gli altri a suonare soltanto la melodia che piace a lui, quella che lo fa sentire al sicuro.
Al contrario, deve vibrare con il mondo. Deve imparare ad ascoltare, e poi a riprodurre, anche le note che non avrebbe mai scelto di sua spontanea volontà.
Perché è proprio in quelle note dissonanti, in quelle frequenze disturbanti che vorremmo tanto silenziare, che si nasconde la sinfonia più autentica e spaventosa dell’intera umanità.