Amore, amare: nella concezione comune, questo sentimento si traduce spesso nel desiderio viscerale di essere la priorità assoluta nella vita del nostro partner.
Vogliamo essere al centro delle sue attenzioni, il perno attorno a cui ruotano le sue giornate, i suoi pensieri, le sue scelte.
Sì, sulla carta è un concetto bellissimo, incredibilmente romantico e rassicurante. Ma, a livello pratico e psicologico, emerge subito il paradosso: come posso vivere la mia vita, la mia individualità, se pretendo che il mio partner faccia di me il centro delle sue attenzioni (e viceversa)?
Sebbene, grazie all’emancipazione culturale e affettiva del nostro secolo, siamo teoricamente arrivati alla consapevolezza che questo modello di fusione non funziona più, la verità è un’altra.
Molti tra noi lo desiderano ancora. Molti tra noi ci credono, o ci vogliono credere.
In che senso? Nel senso che, nel profondo, coltiviamo ancora il mito del salvatore o della metà della mela: vogliamo trovare qualcuno di così speciale con cui condividere tutto, fino al punto di essere disposti a mettere la nostra stessa vita, i nostri obiettivi individuali, in secondo piano.
E ci aspettiamo che l’altro faccia esattamente lo stesso per noi.
Costruire una casa partendo dal tetto: il problema del “primo posto”
Così, quando invece troviamo un partner sano, che ci ama, ma non ci mette al primo posto assoluto annullando se stesso, entriamo in crisi.
Pensiamo automaticamente che non stiamo con la persona giusta, o che i suoi sentimenti non siano abbastanza forti. O comunque, diciamocelo chiaramente, non ci piace per niente essere messi al secondo posto rispetto al suo lavoro, alle sue passioni o ai suoi spazi.
Tutto questo è umanamente comprensibile, ma c’è un enorme “MA”.
La domanda fondamentale che devo farmi è se io, come persona e come individuo, come essere umano che cammina su questa terra, ce l’abbia un “primo posto” in cui mettere me stesso. Attenzione: non un primo posto sul piedistallo su cui mi mette il mio partner. Parlo di ME.
IO ce l’ho il mio primo posto in cui mettermi?
Perché se non ce l’ho, se non ho costruito un centro di gravità permanente dentro di me, c’è una depressione potenziale, un vuoto cosmico in cui prima o poi può crollare tutto. No?
Se io in prima persona non ce l’ho, il primo posto su cui mettermi, come fa a mettermici il mio partner senza che questa diventi una dinamica tossica e codipendente?
Capiamo bene che è tutta un’illusione.
Non è possibile che l’altro mi ci metta e mi ci mantenga per sempre. Pretendere questo significa cercare di costruire una casa partendo dal tetto. Sta in piedi un’abitazione fatta in questo modo? Ovviamente no. Al primo soffio di vento, al primo disaccordo, la struttura crolla, seppellendo entrambi sotto le macerie delle aspettative deluse.
L’industria culturale e la vendita dell’Amore Vero
Eppure, storie del genere, scritte al contrario e destinate al fallimento, accadono in tantissimi ambiti della nostra vita. Quella dell’AMORE, inteso in senso assoluto e totalizzante, è una tra le dinamiche più gettonate.
E la maggior parte di noi smania di viverla, questa dinamica. Anche al contrario, anche se falsata, anche se irrealistica. Non importa, perché è troppo bella l’idea di una storia d’amore totalizzante. È troppo bello sentirsi innamorati persi, vivere mano nella mano, pulsare col cuore dell’altra persona nella vita di tutti i giorni, sentendosi indispensabili per la sopravvivenza emotiva di qualcun altro.
Certo che è bello. Ma molto spesso si genera quella dinamica per cui voglio saltare l’ostacolo senza prima aver allenato le gambe. Ossia, voglio trovare un’altra persona disposta a investire quasi tutto su di me senza prima aver investito io stesso, in prima persona, tutto su di me.
Può funzionare? Probabilmente no.
Forse dovrei avere meno pretese dagli altri e pretendere molto più, invece, da me stesso. È facile? Per nulla.
Lavorare su di sé, guardarsi dentro, affrontare i propri traumi e costruire la propria autostima non è mai facile. Richiede sudore emotivo.
Però, se aspetto passivamente che altri investano su di me senza fare io il primo passo per amarmi, allora il meccanismo si inceppa. Non funzionerà mai. Ed ecco che, in questa nostra vulnerabilità, diventiamo i prigionieri perfetti di una delle più grandi, redditizie e potenti narrazioni che l’industria culturale ci abbia mai raccontato e venduto: il mito dell’AMORE VERO.
Ecco perché i romanzi rosa, le commedie romantiche e le storie d’amore struggenti sono da sempre al primo posto nelle vendite della narrativa di genere in Italia e nel mondo.
Ci si spera sempre. A fin di bene, è ovvio. Ma, seguendo questo ragionamento, si tratta di una speranza illusoria che ci rende consumatori compulsivi di emozioni altrui.
Le origini del Dark Romance: l’illusione portata all’estremo
In questo contesto di illusioni vendute a caro prezzo, negli ultimi anni ha preso il sopravvento un fenomeno letterario che estremizza esattamente la dinamica di cui stiamo parlando: il dark romance.
Se nel romanzo rosa tradizionale il partner ci mette al primo posto in modo dolce e romantico, nel dark romance questa priorità assume connotati oscuri, ossessivi, possessivi e talvolta pericolosi. Ma cos’è esattamente questo genere e da dove nasce?
Il dark romance è un sottogenere della narrativa romantica che esplora temi considerati tabù, tossici o moralmente ambigui. I protagonisti maschili non sono i classici “principi azzurri”, ma spesso antieroi, criminali, stalker o figure manipolatrici.
La relazione si basa su dinamiche di potere sbilanciate, controllo, rapimenti e un’ossessione che viene mascherata (o giustificata) sotto il nome di “amore”.
Nonostante l’esplosione recente grazie a piattaforme come Wattpad e al fenomeno del BookTok, le origini del dark romance affondano le radici molto più indietro nel tempo, nella letteratura classica.
Dal Romanzo Gotico al BookTok
Possiamo rintracciare i semi del dark romance già nel romanzo gotico del Settecento e Ottocento, dove l’amore era spesso legato al pericolo, alla prigionia e alla morte. Basti pensare a figure archetipiche come il vampiro (da Dracula a Intervista col Vampiro), che rappresenta il predatore affascinante da cui la vittima è irrazionalmente attratta.
Ma il vero “padre” dell’antieroe tipico del dark romance moderno è probabilmente Heathcliff, il tormentato protagonista di Cime Tempestose di Emily Brontë (1847).
Il suo amore per Catherine non è sano, non è puro: è un’ossessione distruttiva, violenta, che consuma entrambi e distrugge chiunque stia loro intorno. Allo stesso modo, il Fantasma dell’Opera di Gaston Leroux incarna la figura dell’uomo oscuro, deforme nell’anima, disposto a tutto pur di possedere l’oggetto del suo desiderio.
Nel corso del Novecento, questo fascino per l’amore “proibito e pericoloso” si è evoluto, passando per filoni letterari di nicchia, fino a esplodere nel mainstream con fenomeni come ‘Cinquanta sfumature di grigio’, che ha sdoganato dinamiche di controllo e possesso (BDSM) al grande pubblico. Da lì in poi, l’industria editoriale ha capito che l’oscurità vende, tantissimo.
Oggi, il dark romance contemporaneo (con i suoi tropi ricorrenti come “enemies to lovers”, i filoni legati alla mafia romance, o le dinamiche di rapimento) domina le classifiche. Ma perché?
Il Dark Romance e il mito della priorità assoluta
Il successo clamoroso del dark romance si spiega proprio tornando alla nostra riflessione iniziale.
Se tutti, in fondo, desideriamo l’illusione di essere indispensabili per qualcuno, il dark romance ci offre la fantasia suprema: essere così fondamentali per il nostro partner da spingerlo a compiere atti folli, criminali o immorali pur di averci.
Nel dark romance, la protagonista non deve preoccuparsi di avere un “primo posto” dentro di sé, perché l’antieroe riempie quel vuoto con la sua presenza asfissiante.
La costringe a essere la sua priorità assoluta. L’illusione dell’amore totalizzante viene portata al suo estremo patologico, diventando una scorciatoia mentale. Il lettore vive, per interposta persona, l’ebbrezza di un amore che non richiede il faticoso lavoro su se stessi di cui parlavamo prima, ma che si impone con la forza di uno tsunami.
È una fantasia catartica, certamente. I lettori sanno distinguere la realtà dalla finzione.
Tuttavia, a livello sociologico, il successo di questo genere conferma la nostra tesi: l’industria culturale sa perfettamente quali sono i nostri vuoti emotivi e crea prodotti perfetti per riempirli (o per illuderci di poterlo fare).
Non solo amore: le altre dimensioni del consumo illusorio
L’amore (che sia quello zuccheroso dei romanzi rosa o quello ossessivo e disturbante del dark romance) non è l’unico campo di battaglia in cui veniamo manipolati. Ci sono tante altre dimensioni di vita su cui l’industria ha costruito il suo impero consumistico.
Un altro grande mito moderno è quello del Lavoro, del Successo e della Carriera. Ci vendono l’idea dell’imprenditore di se stesso, dell’hustle culture, del sacrificare ogni ora del giorno per raggiungere la vetta.
È una narrativa affascinante, peccato che si scontri con una realtà sistemica deprimente: in Italia, ad esempio, gli stipendi medi sono bloccati, calcolati al netto dell’inflazione, fin dagli anni Novanta.
Ci dicono di sognare in grande per farci accettare un presente di precariato, vendendoci l’illusione della meritocrazia assoluta in un sistema che spesso premia tutt’altro.
Oppure, pensiamo al reame del Corpo, del Benessere e della Salute Mentale. Un settore che promette di farti comprare la felicità e la pace interiore attraverso manuali di self-help, corsi motivazionali con prezzi esorbitanti, guru del momento, app di mindfulness in abbonamento e ritiri di spiritualità a pagamento.
Anche in questo caso, il messaggio di fondo è che tu non sia “abbastanza” e che la soluzione al tuo vuoto esistenziale sia fuori di te, acquistabile con una carta di credito.
Conclusione: riprendere in mano il proprio “IO”
Diciamo che ci sono tante belle dimensioni, tanti concetti che sono profondamente veri e validi alla loro base (l’amore, l’ambizione, la cura di sé), ma che vengono sistematicamente distorti per essere venduti. Vengono impacchettati in nome di un controllo di massa che si fonda su tre pilastri: un’attenzione distorta (che ci tiene incollati a schermi e pagine), il consumo compulsivo e la dipendenza emotiva.
L’amore – in particolare quello distorto industrialmente, che passa dalle commedie romantiche irrealistiche fino alle oscure dinamiche del dark romance – occupa sicuramente uno tra i primissimi posti in questo gioco di specchi.
La soluzione non è smettere di leggere romanzi, di innamorarsi o di cercare di migliorarsi. La soluzione è la consapevolezza.
Ricorda: non farti prendere in giro. Abituati a farti domande scomode. Allenati a costruire prima di tutto la tua casa partendo dalle fondamenta, mettendo te stesso al primo posto, senza aspettare che arrivi un principe azzurro (o un tormentato antieroe) a farlo per te.
Leggi sempre tra le righe della comunicazione di massa e dell’industria dell’intrattenimento: troverai tanti bei trabocchetti pronti a farti cadere nella trappola della dipendenza.
Riconoscerli è il primo, vero passo per imparare ad amare in modo libero, reale e, soprattutto, consapevole.