PRECISAZIONE: ho letto diversi lavori di Eraldo Baldini e, nemmeno a dirlo, mi sono piaciuti tantissimo, e vi invito a leggerli. Questo articolo non ha nulla a che fare con una critica nei suoi confronti bensì verso quelle persone che hanno iniziato a dirmi che sto facendo una copia del gotico rurale. Ecco cosa penso di loro (mettiti comodo):
Rifletti per un solo istante alle grandi sequoie americane, quei giganti secolari che sfidano il cielo e il tempo nei parchi della California. Le più maestose, una volta misurate a terra, raggiungono una circonferenza straordinaria di ben trenta metri.
Rifletti su questo dato: non stiamo parlando del diametro, ma della circonferenza. Trenta metri di legno, corteccia e storia adagiati al suolo. Quando lo sguardo si solleva, queste creature vegetali possono innalzarsi a oltre cinquanta metri dal livello del terreno. Cinquanta metri d’altezza rappresentano una dimensione monumentale, paragonabile non a una palazzina qualunque di otto piani, ma a un imponente edificio di sedici piani. Un vero e proprio grattacielo della natura.
Ora, prova a chiederti da dove abbiano origine questi colossi immensi.
È qui che risiede il vero stupore, il paradosso che ridefinisce la nostra percezione del mondo. Il seme di una sequoia è incredibilmente microscopico: misura appena quattro o cinque millimetri di lunghezza. Non centimetri, millimetri. Un minuscolo frammento di materia, quasi invisibile sul palmo di una mano, racchiude in sé la matrice biologica e la forza vitale necessarie a generare un titano boschivo.
Il seme nell’Alto Chienti: Serravalle di Chienti
Allo stesso modo, ti invito a considerare le mie terre dell’Alto Chienti. In particolare, Serravalle di Chienti, un piccolo borgo incastonato nell’Appennino marchigiano, rappresenta l’esatto equivalente di quel granello millimetrico.
È il seme da cui ha preso vita una grande saga di storie epiche, narrazioni radicate nel quotidiano più normale e autentico, che ho deciso di raccontare.
Tutto parte ed evolve da qui. In questo frammento di territorio dell’alto maceratese è custodito l’intero universo umano, a patto che si abbiano gli occhi giusti per guardare oltre le apparenze; e la pazienza di ascoltare il silenzio delle montagne.
La ferita profonda delle aree interne e lo spopolamento
Tuttavia, camminando per le strade di questi luoghi, non si può ignorare una ferita profonda.
Checché se ne dica nelle retoriche istituzionali o nei depliant turistici, le cose qui non vanno. La superficie mostra i segni di un malessere strutturale. La gente è stanca, arrabbiata, logorata dal dover assistere impotente al lento e apparentemente inesorabile spopolamento demografico ed economico delle proprie terre natie.
Le aree interne del nostro Paese stanno subendo da decenni una silenziosa desertificazione: i giovani se ne vanno, le attività chiudono, le scuole riducono le classi e i servizi essenziali diventano un privilegio. È la depressione economica e sociale che stringe in una morsa molti tra i piccoli borghi italiani, lasciandoli spesso ai margini della modernità e del dibattito pubblico.
Vivendo stabilmente qui, ho compreso a fondo come le ferite esteriori del paesaggio rispecchino fedelmente quello che si muove dentro di me.
Sei anni fa ho scelto di trasferirmi a Serravalle di Chienti, il paese d’origine della famiglia di mia madre. Ebbene, ho scoperto che questo luogo mi somiglia in modo impressionante. È un territorio rabbioso, ferito dagli eventi storici e sismici, ma allo stesso tempo bellissimo. Non intendo dire che io sia bellissimo, ma mi riferisco alla bellezza intrinseca, ancestrale e magica del paese.
Una magia analoga a quella che ciascuno di noi custodisce nel proprio nucleo più profondo, pronta a rivelarsi solo se decidiamo di farla fruttare e di proteggerla dall’indifferenza.
Serravalle è, per molti versi, un borgo abbandonato, ma è un abbandono relativo, smentito ogni giorno dalla presenza di persone che continuano a lottare per farlo rivivere, giorno dopo giorno. Queste anime resilienti scelgono di andare controcorrente, cercando con tutte le proprie forze di spezzare la maledizione dello spopolamento e dell’oblio che sembra gravare su queste vallate.
Quanto credo in questo riscatto? Quanto mi do da fare, attraverso la parola e la scrittura, per sfatare un destino che sembra divorare il territorio attorno a me? La risposta è in ogni riga che componiamo, qualsiasi essa sia.
Oltre il gotico rurale: la definizione dell’Appennino Soprannaturale
In questo contesto, la ferita più dolorosa e complessa da rimarginare è senza dubbio la perdita della speranza.
Questa assenza di prospettive è il sintomo più grave della depressione che colpisce le aree interne. Quando smettiamo di credere nel futuro di un luogo, accettiamo implicitamente la sua morte.
E la fine di uno spazio geografico non è mai un evento puramente esterno: quando si dissolve qualcosa a cui teniamo profondamente, a cui siamo legati da fili invisibili e con cui ci identifichiamo, finisce anche una parte di noi stessi. Crolla un pezzo della nostra identità, collettiva e individuale.
Ed è precisamente su questo nucleo fragile, su questo patrimonio umano e culturale a rischio di estinzione, che ho edificato e sto continuando a strutturare le mie narrazioni. Qui, sull’Appennino marchigiano, dove la modernità distratta pensa che non vi sia più nulla, le braci sono invece ancora calde e ardenti sotto le ceneri dell’abbandono.
Il mio compito è soffiare su quelle braci per riaccendere il fuoco della memoria e dell’immaginazione.
A questo punto, è arrivata l’obiezione, inaspettata: “Eccolo! Stai facendo del gotico rurale, è un genere che hanno già proposto, Marco”.
A parte che non devo essere per forza originale ma, se non sai cosa sia “gotico rurale” si tratta di una corrente che in Italia ha avuto un maestro eccellente capace di esplorare l’orrore, il macabro e l’inquietudine annidati nelle campagne padane o nelle vecchie province rurali.
Ma io non “faccio” gotico rurale. Nonostante qualcuno mi abbia detto che ne stia ricalcando le orme o facendone una copia sbiadita, beato lui; il mio percorso diverge da quella tradizione.
Il gotico rurale si concentra tradizionalmente sulla decadenza, sulla paura ancestrale legata alla terra, sulla superstizione che diventa mostruosità e sul senso di claustrofobia degli spazi isolati. La mia visione non vuole limitarsi a registrare il perturbante o l’orrore rurale. Quello che propongo e che definisce il mio lavoro d’autore è l’Appennino Soprannaturale.
L’Appennino Soprannaturale non è una riproposizione di stilemi horror provinciali, bensì un progetto di narrativa urban fantasy e thriller soprannaturale interamente calato nella spina dorsale d’Italia.
Si tratta di un genere in cui l’elemento magico, mitologico e misterioso non serve a terrorizzare il lettore fine a se stesso, ma a svelare la sacralità e la complessità storica del territorio. È un soprannaturale indissolubilmente legato alla storia intrinseca del posto, alla memoria della gente, alle sue esperienze uniche e alle leggende che si tramandano da generazioni tra queste vette.
I piccoli borghi dell’Alto Chienti non sono semplici sfondi per una vicenda spaventosa, ma diventano co-protagonisti attivi, spazi sacri in cui il velo tra il nostro mondo e l’ignoto si fa incredibilmente sottile. Questa evoluzione supera i confini del classico gotico rurale per abbracciare un’epica della rinascita.
La lezione de “L’uomo che piantava gli alberi”
Questa operazione culturale e letteraria si fonda su una metafora contadina essenziale: il ciclo della semina, della cura e della mietitura.
Per comprendere la necessità di scrivere oggi nell’Appennino, mi torna spesso in mente un capolavoro della letteratura e del cinema d’animazione, il celebre mediometraggio “L’uomo che piantava gli alberi”, basato sul racconto di Jean Giono.
Quella straordinaria parabola narra la storia di Elzéard Bouffier, un pastore solitario che, con pazienza infinita e senza chiedere nulla in cambio, decide di riforestare una regione desolata e ventosa delle Alpi provenzali semplicemente piantando cento ghiande al giorno. Nel corso dei decenni, quel gesto minimo e costante trasforma un deserto arido in una terra fertile, rigogliosa e nuovamente popolata.
La scrittura dell’Appennino Soprannaturale risponde alla stessa identica urgenza etica e poetica.
In un’epoca segnata dalla profonda depressione delle aree interne, raccontare storie non è un mero esercizio di intrattenimento estetico o un richiamo ai canoni nostalgici del gotico rurale, ma un vero e proprio atto di semina spirituale.
Ogni racconto, ogni dinamica da thriller soprannaturale che inserisco nei miei testi, è una ghianda piantata nel terreno della nostra memoria collettiva. È un tentativo deliberato di contrastare lo spopolamento e la perdita di speranza non con i numeri freddi dell’economia, ma con la forza generativa del mito e dell’urban fantasy rurale.
La mietitura di questo lungo processo non sarà immediata, ma si tradurrà nella rinascita dell’interesse, della dignità e dell’attrattività per queste comunità montane. Scrivere significa credere fermamente che la parola possa restituire centralità e calore a ciò che il mondo contemporaneo ha ingiustamente confinato ai margini.
Narrativa urban fantasy e thriller soprannaturale: una saga, non una sagra!
La scelta della narrativa urban fantasy e del thriller soprannaturale come veicoli espressivi principali risponde alla precisa volontà di scardinare la percezione puramente malinconica dei piccoli borghi.
Troppo spesso la letteratura contemporanea guarda alle nostre aree interne esclusivamente con gli occhi della nostalgia passatista, del rimpianto archeologico o del reportage sociologico della sconfitta, elementi tipici di un certo modo di intendere il gotico rurale. Io scelgo invece la strada del meraviglioso, dell’avventura metafisica e dell’epica quotidiana.
Nei miei romanzi e racconti, l’Appennino si popola di misteri antichi, di forze arcane che si muovono silenziose dietro i muretti a secco e di enigmi che i protagonisti devono risolvere muovendosi tra le vie storiche di Serravalle o lungo i sentieri montani.
Questo approccio letterario mi permette di fondere l’alto e il basso, la cultura formale e la tradizione orale, offrendo al pubblico un’esperienza immersiva e inedita. Ecco perché tutto ciò merita qualcosa di grande, un investimento emotivo, intellettuale e creativo assoluto.
Queste zone dimenticate non hanno alcun bisogno di commiserazione sterile, ma di un potente e fiero riconoscimento narrativo. Meritano qualcosa di straordinario, di epico e di profondamente identitario, capace di coniugare il quotidiano più ordinario alla magia intesa come chiave interpretativa della realtà. Una vera e propria saga leggendaria.
E a questo proposito ci tengo a fare una raccomandazione , che suona quasi come un manifesto programmatico: parlerò e scriverò sempre di una saga, non di una sagra! 😉
Non siamo qui per consumare un prodotto folcloristico stagionale, per goderci una bella festa di paese – che ci piace ovviamente – ma che allo stesso tempo dura lo spazio di un fine settimana. La distinzione semantica e concettuale è cruciale. La sagra festeggia il territorio per un breve istante – in alcuni casi lo consuma; la saga lo edifica storicamente, lo celebra nel profondo e lo consegna all’eternità della letteratura contemporanea.
L’Appennino Soprannaturale vuole essere una costruzione monumentale, esattamente come le grandi sequoie americane, capace di gettare radici indistruttibili nel passato storico e di protendere i propri rami creativi verso un futuro di rinascita.
Ecco perché ti invito a seguirmi in questo viaggio , a unirti alla mia comunità di lettori esploratori e a essere dei miei se desideri scoprire come proseguirà questa avventura letteraria, umana e territoriale.
Se sei autenticamente curioso di esplorare le atmosfere dell’Alto Chienti e dei piccoli borghi appenninici sotto una luce nuova, avrai anche l’opportunità esclusiva di leggere alcune sequenze narrative e capitoli in anteprima assoluta, prima della pubblicazione ufficiale di questo grande e ambizioso progetto (infatti sto togliendo dal commercio i miei romanzi attuali, in vista di un grande rinnovamento).
Sotto le ceneri dell’Appennino ci sono braci ardenti che aspettano solo il tuo sguardo e la tua passione per tornare a splendere di una luce immortale.