Realismo magico e urban fantasy nella vita reale: dai robot in città ai bambini in provetta

Realismo magico e urban fantasy: robot, genetica e nascita dell’uomo futuro

Ci sono momenti in cui la realtà supera l’immaginazione, facendomi sentire come un personaggio di un romanzo di realismo magico o di un urban fantasy futuristico. Negli ultimi giorni ho letto notizie che sembrano la trama di un racconto fantastico: robot che passeggiano per le strade di Shenzhen fianco a fianco con gli esseri umani, un neonato salvato grazie alla riscrittura del suo DNA, e persino il presunto progetto segreto di creare bambini geneticamente potenziati nella Silicon Valley.

Sembra impossibile, e invece è tutto vero – la realtà si tinge di magia e tecnologia, trasformandando le nostre città e le nostre vite in scenari degni della narrativa più visionaria.

Mentre le luci di Natale brillano sulle strade, queste innovazioni mi spingono a riflettere sul senso della genitorialità e del parto naturale alla luce dei progressi tecnologici, e persino sul confine tra miracolo e scienza.

Allora vi porto con me, in un viaggio attraverso queste storie contemporanee (robot nelle città, terapie genetiche miracolose, progetti segreti) per esplorarne il significato profondo e le domande che sollevano sul nostro futuro.

Robot fra di noi: Shenzhen e la città “incantata” dei cyborg

Immaginate di camminare in un quartiere dove, sulla panchina di un parco, un androide siede accanto a un anziano signore che dà da mangiare ai piccioni, mentre poco più in là un robot consegna pacchi a domicilio. Non è fantascienza, ma un nuovo esperimento urbano cinese.

Succede a Shenzhen, metropoli high-tech del Guangdong, dove è stata inaugurata la prima zona urbana robot-friendly della Cina: un vero laboratorio a cielo aperto per testare la convivenza quotidiana tra umani e robot. L’obiettivo dichiarato è creare quartieri ibridi in cui gli automi possano muoversi liberamente per le strade, nei negozi e nei parchi, affrontando situazioni reali come il traffico pedonale o le consegne a domicilio.

Leggendo di questi quartieri ibridi, non posso fare a meno di evocare scene da un urban fantasy: le strade di Shenzhen mi appaiono come quinte teatrali dove creature inusitate (i robot umanoidi) si aggirano tra cittadini ignari, un po’ come folletti o spiriti nella città, ma in chiave tecnologica.

L’atmosfera ha il sapore del realismo magico: la presenza dei robot è accettata come parte integrante della normalità, pur mantenendo un’aura di meraviglia.

In un racconto di García Márquez magari sarebbero angeli caduti o fantasmi benevoli a popolare i vicoli; qui invece sono macchine intelligenti, frutto di algoritmi e ingegneria, a confondersi con la folla. Shenzhen sta guidando questa trasformazione verso una realtà cyborg, in cui il confine tra essere umano e automa si fa sottile.

Come in ogni esperimento sociale, ci si interroga su come cambierà la vita di tutti i giorni: proveremo empatia verso queste entità meccaniche sedute accanto a noi sull’autobus? I bambini le tratteranno come nuovi compagni di giochi o come elettrodomestici ambulanti? La città futuristica di Shenzhen, coi suoi neon scintillanti e i robot in mezzo alla gente, sembra uscita da un sogno di fantascienza utopica – o forse da un incubo, se la guardiamo con occhi distopici.

Eppure è reale, tangibile, contemporanea.

Questa realtà così insolita ci pone già di fronte a domande profonde: “cosa definisce l’umanità in un mondo popolato da intelligenze artificiali incarnate? Possiamo convivere in armonia con le nostre creazioni senza perdere una parte di noi stessi?”

Mentre cammino con la mente in queste strade ibride di Shenzhen, quasi dimentico per un attimo che i veri protagonisti delle riflessioni sul futuro non sono solo i robot, ma gli esseri umani stessi – specialmente i più piccoli e indifesi, come i neonati. Ed è proprio pensando a loro che la mia attenzione si sposta dall’Estremo Oriente alle frontiere della scienza medica occidentale.

Il neonato CRISPR: quando la scienza riscrive la vita

La seconda storia che mi ha colpito sembra, a suo modo, un miracolo moderno. Negli Stati Uniti, un bambino di pochi mesi, affetto da una rarissima malattia genetica metabolica, è diventato il primo paziente al mondo trattato con una terapia CRISPR personalizzata.

In altre parole, i medici hanno utilizzato le forbici molecolari dell’editing genetico per correggere proprio la mutazione specifica che gli stava avvelenando la vita. Il piccolo KJ (così viene chiamato) ha ricevuto infusioni di una terapia sperimentale progettata su misura per lui: una CRISPR modificata, di precisione estrema, ritagliata sul suo DNA come un abito sartoriale. E ha funzionato, almeno in parte: KJ ne ha tratto beneficio, ha evitato un trapianto di fegato che sembrava l’unica speranza e ha potuto compiere tappe di sviluppo che altrimenti sarebbero state precluse.

Ho letto la notizia con stupore. Pensare che in soli sei mesi un team di scienziati sia riuscito a progettare, testare in laboratorio e infine somministrare a un neonato una terapia genica unica al mondo, mai tentata prima, mi pare straordinario.

In fondo, cos’è questo se non un piccolo grande miracolo della scienza? Un tempo ci saremmo affidati alla preghiera, alla speranza, magari a un miracolo divino per salvare un bambino con una condanna genetica; oggi possiamo affidarci anche a Cristalli di DNA e competenze biotecnologiche.

Eppure, tra l’ammirazione per il trionfo della medicina personalizzata… emerge qualcos’altro, giusto?

Classica domanda: dove ci porterà tutto ciò?

Se un giorno potremo correggere i difetti genetici dei nostri figli ancor prima che nascano, avremo mai il coraggio di accettare un bambino “imperfetto”? Il caso di KJ è una splendida eccezione in cui la tecnologia ripara ciò che la natura ha sfortunatamente sbagliato, ridando speranza a una famiglia disperata. Ma all’orizzonte si stagliano scenari ancora più audaci e controversi: e se invece di curare un neonato malato, provassimo a creare un neonato a prova di malattia sin dall’origine?

E qui la storia si tinge ancor più di fantascienza – o forse di fantasia nera, facendomi venire in mente la figura del dottor Frankenstein e il suo ardire di spingersi oltre i limiti concessi ai mortali.

Progetto segreto in Silicon Valley: verso i “bambini su misura”

Proprio in queste settimane, infatti, è trapelata la notizia di un progetto segreto nella Silicon Valley che sembra voler realizzare ciò che la scienza ufficiale ancora rifiuta: la creazione di embrioni geneticamente modificati destinati alla riproduzione umana.

Ed ecco qua…

Una startup californiana chiamata Preventive (il nome suona già profetico) avrebbe lavorato nell’ombra per ingegnerizzare un embrione umano immune a certe malattie ereditarie, individuando persino una coppia portatrice di un grave difetto genetico disposta a partecipare all’esperimento.

Sembra l’inizio di un thriller techno-fantascientifico: scienziati e miliardari visionari (si vocifera del coinvolgimento di figure come Sam Altman di OpenAI, Brian Armstrong di Coinbase e altri) che cospirano per dar vita al primo “super-bambino” concepito in provetta con DNA potenziato, il tutto lontano da occhi indiscreti e – soprattutto – al di fuori delle leggi statunitensi.

Si parla infatti di portare l’esperimento in Paesi con regolamentazioni più flessibili (qualcuno sussurra degli Emirati Arabi Uniti) per poi presentare al mondo il fatto compiuto, un po’ come fece a suo tempo il cinese He Jiankui con le famigerate gemelline CRISPR.

Se al racconto di Shenzhen ho reagito con meraviglia e al caso del piccolo KJ con speranza, di fronte a questa rivelazione provo un…

Qui l’urban fantasy cede il posto alla distopia più inquietante. Siamo davvero pronti per un futuro in cui i bebè su misura diventano realtà? Oltre ad essere illegale quasi ovunque, l’editing genetico a scopo riproduttivo è considerato un tabù etico dalla comunità scientifica: modificare embrioni umani significa introdurre cambiamenti ereditabili dalle generazioni future, con conseguenze imprevedibili.

Gli scienziati avvertono da tempo che, per quanto nobili possano essere le intenzioni (eliminare malattie genetiche alla radice), il rischio di deriva eugenetica è dietro l’angolo. In mani private e senza controllo, la tentazione di confezionare bambini perfetti – più sani, più intelligenti, magari con tratti somatici o cognitivi “su ordinazione” – potrebbe portare a una versione moderna e high-tech dell’eugenetica.

Uno scenario da incubo alla Brave New World, dove la diversità umana e il caso della nascita verrebbero sacrificati sull’altare di una perfezione artificiale.

Eppure, come in ogni buon romanzo, non c’è limite alla curiosità umana: Preventive ha negato di aver già creato embrioni modificati, ma ha ammesso di essere impegnata in ricerche approfondite sulla sicurezza dell’editing embrionale – segno che il dado è tratto, la strada verso la manipolazione della vita prima del concepimento è stata imboccata anche se ufficialmente nessuno può (ancora) percorrerla fino in fondo.

Mi ritrovo allora a pensare alle implicazioni di tutto questo. Siamo di fronte a un bivio epocale: da un lato la speranza di eliminare sofferenze e malattie dalla sorte dei nascituri; dall’altro la possibilità terrificante di amplificare le disuguaglianze (immaginate il divario tra i figli dei ricchi potenziati in laboratorio e quelli concepiti “alla vecchia maniera”) e di perdere qualcosa di indefinibile ma fondamentale dell’esperienza umana, legata all’imperfezione e alla casualità della nascita.

A questo punto della mia riflessione, con in mente queste immagini contrastanti – i robot tra i lampioni, il neonato miracolato dalla scienza, la provetta segreta in un laboratorio californiano – ecco che affiora la domanda: quasi sacrilega, che ben si addice al periodo natalizio che stiamo vivendo.

Ce lo vedresti un Bambin Gesù in provetta? Eppure…

È Natale. Nelle chiese e nelle case risplende l’immagine del Bambin Gesù, simbolo per eccellenza di una nascita miracolosa e portatrice di speranza. E io mi domando: ce lo vedreste un Bambin Gesù in provetta?

Se ci pensiamo, dietro questa domanda provocatoria si nasconde una riflessione profonda sul rapporto tra il sacro e il tecnologico, tra il naturale e l’artificiale. Duemila anni fa si narrava di una nascita verginale, opera dello Spirito Santo – un intervento divino che rompeva le leggi della natura per portare nel mondo la salvezza.

Oggi, scomodando il paragone, potremmo immaginare uno scenario in cui un nuovo Messia venisse “fabbricato” in laboratorio, non da Dio ma dall’uomo stesso. Sarebbe meno miracoloso? O forse ancor più difficile da accettare?

Questa domanda mi porta a riflettere sul senso della genitorialità nell’era delle provette e dei sequenziatori di genoma. Che cosa significa essere padre o madre quando la tecnologia interviene così pesantemente nel concepimento e nella nascita? Il principio maschile e femminile – intesi anche in senso archetipico – vengono messi alla prova.

Nella tradizione spirituale, il maschile e il femminile si uniscono per generare la vita: il padre (principio attivo, il seme) e la madre (principio ricettivo, il grembo) contribuiscono entrambi in modo insostituibile. Anche simbolicamente, il Padre celeste e la Madre Terra rappresentano le due metà della creazione. Ma in un mondo in cui possiamo creare la vita in laboratorio, come si ridefiniscono questi ruoli?

Vedo due scienziati chini su una capsula di Petri come due demiurghi: sono loro il nuovo “principio attivo” maschile, manipolando geni e orchestrando il processo creativo; e la provetta o la macchina che gestisce l’embrione diventa un surrogato del principio femminile, un utero artificiale (oggi solo figurativo, ma domani chissà).

In questa visione, la tecnologia assume i connotati di un genitore, anzi di entrambi i genitori, e gli esseri umani rischiano di diventare spettatori o committenti della propria prole, più che creatori nel senso tradizionale. È una prospettiva grottesca: la vita generata non più dall’unione di un uomo e una donna, ma dall’unione di bit, provette e know-how scientifico. Forse si perde qualcosa di essenziale?

Forse… la casualità biologica, l’imperfezione che ci rende umani, l’imprevedibilità che da sempre ha caratterizzato il venire al mondo. Ma forse – provo ad essere l’avvocato del diavolo, o meglio del bioingegnere – si guadagna anche qualcosa: la libertà dal fato crudele di certe malattie genetiche, la possibilità di scegliere un destino migliore per i nostri figli ancor prima che esistano. Ma questa diventa materia da romanzo…

Tra queste riflessioni quasi metafisiche, mi tornano in mente le atmosfere da realismo magico di cui parlavamo all’inizio. In un presepe contemporaneo potremmo avere, accanto ai pastori e ai Magi, scienziati in camice bianco e robot inginocchiati davanti a una culla hi-tech. Sarebbe un’immagine blasfema o semplicemente il segno dei tempi?

Entrambe le cose. Il sacro e il profano che si mescolano: da una parte l’archetipo eterno della Natività, dall’altra la provocazione tecnologica di una nascita interamente controllata dall’uomo. Questa convergenza di opposti crea un corto circuito emotivo e mentale che, come lettore e osservatore del presente, mi affascina enormemente.

L’importante resta sempre: sospendere il giudizio per narrare i mondi.

Tra fantasia e realtà: la lezione di Universo 25 – sotto la montagna

A questo punto, la mia mente corre, per forza di cose, a un’opera di narrativa recente che sembra cucita su misura attorno a questi temi.

Si tratta di Universo 25 – sotto la montagna, un romanzo che mescola urban fantasy e riflessione distopica. In esso troviamo un antagonista che manipola proprio la genitorialità, reclutando madri in segreto per creare esseri umani potenziati.

Vi ricorda qualcosa? La realtà imita la finzione, o forse è la finzione a prevedere la realtà: lo scenario di Universo 25 ricalca inquietantemente le ambizioni di cui abbiamo discusso – l’idea di un élite che sperimenta in ombra per far nascere una generazione di super-esseri, privando la genitorialità del suo carattere intimo e spontaneo per trasformarla in un progetto calcolato a tavolino.

Nel mio romanzo, questo disegno si svolge sotto una montagna, lontano dallo sguardo del mondo, quasi a richiamare gli esperimenti governativi segreti o le utopie degenerate (non a caso Universo 25 richiama il celebre esperimento etologico sui topi e il collasso di una società “perfetta”). Ma c’è anche un altro elemento: Universo 25 non è solo scienza e cospirazione; è intriso di magia e simbolismo, come a suggerire che il fattore umano e spirituale in ultima istanza riaffiora, anche quando si tenta di soffocarlo con il controllo tecnologico.

Questa storia immaginaria ci offre una chiave di lettura potente per la realtà: ci ricorda che ogni volta che l’uomo ha cercato di forzare i confini della natura – fosse con l’alchimia, con la meccanica, o oggi con la genetica – si è trovato a fare i conti con conseguenze impreviste e con dilemmi morali enormi.

Nell’opera letteraria, come nella vita, manipolare la vita e la morte, la nascita e la genetica, significa giocare con forze profonde, che non riguardano solo cellule e codici ma anche simboli, significati, ciò che in ultima analisi ci rende umani. E forse c’è un messaggio consolatorio: anche in Universo 25, pur tra esperimenti e potere, emergono l’umanità e la scelta individuale dei personaggi, quasi a dire che il libero arbitrio e l’anima non possono essere del tutto ingegnerizzati.

In definitiva, il confine tra fantasia e realtà non è mai stato così labile. Siamo un po’ tutti protagonisti di una storia collettiva. E ora, dopo aver esplorato insieme queste vicende straordinarie, vi chiedo: quale futuro immaginiamo per l’umanità alla luce di queste tecnologie? Stiamo creando un mondo più giusto e meraviglioso, quasi magico, o stiamo smarrendo la nostra umanità nel tentativo di migliorarla?

L'autore:

Marco De Biagi, scrittore urban fantasy. Credo che ognuno di noi custodisca un desiderio, un sogno, un obiettivo da raggiungere — e che nessuna esperienza sappia risvegliarlo come una storia ben raccontata.

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