La scena sembra uscita da un film di fantozziana memoria (che rasenta il realismo magico): all’alba di un giorno qualunque, uno stuolo di intellettualoidi laureati si risveglia di colpo denunciando i danni dell’intelligenza artificiale (IA) sull’ambiente.
NOTA: per ‘laureati’ non s’intende che abbiano studiato sino a conseguire una laurea; è invece uno status. Più simile a uno che vive su un’altra galassia, rispetto alla Terra, e comunque parla.
Fino al giorno prima, questi stessi personaggi trafficavano su Google, smartphone alla mano e sigaretta in bocca, intasando i social network con decine di post al giorno.
Eppure oggi, con tono apocalittico, lanciano l’allarme: “L’IA deforesta.” – come se un demone digitale stesse divorando boschi e foreste senza sosta (cosa comunque vera).
Ma in questa svolta improvvisa c’è il sapore agrodolce dell’ironia: coloro che fino a ieri sono stati parte attiva del progresso capital-tecnologico, oggi, essendolo ancora, scelgono però di diventare protagonisti di una fiaba urban fantasy: improvvisamente coscienti di un incantesimo distruttivo che essi stessi hanno contribuito a lanciare.
Il risveglio tardivo degli intellettuali “distratti”
Negli anni ‘80 li avremmo chiamati i paladini della controcultura (con rispetto parlando); oggi qualcuno li definirebbe “intellettualoidi”.
Sono figure accademicamente istruite, pronte a firmare appelli e scrivere editoriali, che di punto in bianco si scoprono ambientalisti.
Dopo decenni passati a convivere con computer, telefoni smart e piattaforme online, questi opinion leader si accorgono – solo ora – dell’impronta ecologica dell’IA. È un risveglio tardivo: viene da chiedersi dove fossero mentre Silicon Valley e affini costruivano data center energivori e algoritmi onnivori di dati.
L’IA generativa e i modelli linguistici di grandi dimensioni hanno effettivamente un costo ambientale reale (non stanno sbagliando, gli intellettualoidi).
Perché addestrare e usare sistemi come ChatGPT o Midjourney richiede elettricità, hardware e potenti sistemi di raffreddamento dei server. Studi recenti evidenziano che fare una singola domanda a una chatbot IA può consumare fino a 10 volte l’energia di una ricerca web tradizionale (2,9 Wh contro 0,3 Wh). Dati del genere mostrano che l’IA “affamata” di energia non è solo una metafora.
Ma non è questo il punto… Prendiamolo da lontano:
“L’IA inquina: smettetela di usarla!” – La colpa scaricata sui cittadini
Quello che rende questa crociata anti-IA particolarmente ipocrita è il sottile scaricabarile che la accompagna.
Il dito non viene tanto puntato contro Big Tech o i governi, ma contro l’utente comune:
“Se l’IA è una delle prime cause di inquinamento, è colpa tua che la usi. Smetti di usare l’IA, e magicamente salverai il pianeta”.
In pratica, e come sempre, il cittadino medio diventa il capro espiatorio ideale del nuovo dramma eco-tecnologico. Non gli intellettuali laureati, loro lo salvano sempre il mondo.
Ah, ecco l’identikit dell’intellettuale laureato: coscienza critica (ipercritica) della società, è molto social, partecipa a festival culturali, ventimila opinioni, pochi effetti reali e pratici.
Di fatti, l’IA generativa, per quanto dispendiosa, è solo l’ultima arrivata in un panorama di tecnologie affamate di risorse. L’intero stile di vita digitale odierno – promosso dagli stessi intellettuali nei decenni passati – è intrinsecamente insostenibile.
Le vere radici del problema: progresso ultranazionale e poteri forti
Invece di puntare il dito contro il singolo, e farlo sentire sempre in colpa, come il buon intellettuale laureto sa fare, bisognerebbe alzare lo sguardo verso l’alto, ai sistemi ultranazionali che governano il progresso tecnologico.
Le big corp dell’hi-tech, i giganti del web e i consorzi internazionali decidono gli standard, le infrastrutture e perfino i consumi energetici dell’IA, molto più di quanto possa fare il cittadino qualunque. Non è stato l’utente medio a chiedere modelli linguistici da miliardi di parametri o ad avviare una corsa globale all’IA generativa – queste sono scelte di aziende e governi, spesso fuori dal controllo democratico.
Dato che la parola democrazia è sempre sulla bocca dell’intellettuale laureato, è meglio che cominci a capire che la democrazia è scomparsa da quando la società ha adottato il sistema capitalista.
Comunque, tornando a noi, il potere computazionale è concentrato in poche mani, e i dataset di addestramento restano opachi e controllati da privati.
Il linguista Noam Chomsky da tempo ci ricorda che spostare l’attenzione dal potere istituzionale alle responsabilità individuali è fuorviante: i veri decisori sono altrove, ai vertici delle strutture economiche e politiche globali. Siamo quindi di fronte a meccanismi sistemici, non a peccati del singolo utente. Dare a quest’ultimo la colpa dei “danni dell’IA” significa assolvere di fatto chi costruisce e lucra su questi sistemi.
Del resto, se oggi l’IA consuma così tanto è anche perché viviamo già immersi in un ecosistema digitale energivoro. Le nostre città brulicano di dispositivi connessi; server farm spuntano ai margini delle metropoli: uno scenario da fantascienza distopica che è ormai realtà.
Un processo irreversibile (e qualche nostalgia di troppo)
Non si fraintenda: evidenziare l’impatto ambientale delle tecnologie è sacrosanto. Ma questi novelli apocalittici dell’IA sembrano ignorare un fatto basilare: siamo dentro un processo irreversibile.
L’innovazione tecnologica non è un interruttore che si possa spegnere a piacimento. L’IA, nel bene e nel male, è qui per restare e ridisegnare il nostro modo di produrre contenuti, arte e perfino letteratura. Gridare allo scandalo come se si potesse tornare indietro a un’idilliaca era pre-digitale è miope.
C’è in questo atteggiamento una vena nostalgica o purista: quasi a dire che qualunque tecnologia che imiti aspetti della scrittura sia automaticamente “inferiore” o non autentica.
Questo ricorda certi letterati del passato che storcevano il naso dinanzi alla macchina da scrivere o al word processor, rimpiangendo la penna d’oca. Oggi l’equivalente è chi definisce i testi generati dall’IA pura spazzatura, negando qualunque dignità artistica al nuovo medium.
È una posizione che esprime amore per la tradizione, ma rischia di suonare come una chiusura totale.
Molti esperti contemporanei, al contrario, suggeriscono che la tecnologia possa ampliare la creatività umana, non solo appiattirla. Si parla di uso collaborativo, in un mondo, è bene ricordarlo, digitalizzato. Diciamo che l’IA non è necessariamente un nemico della creatività: dipende da come la integriamo nei nostri processi.
Non solo uomo vs macchina: l’ibrido umano-IA e il “promptismo”
Un limite evidente delle tirate anti-IA di questi intellettuali laureati è l’assenza quasi totale di considerazione per le forme ibride di collaborazione tra uomo e intelligenza artificiale. La narrativa apocalittica spesso si riduce allo schema uomo versus macchina, come in un film di fantascienza anni ‘50, ignorando che esistono già approcci più sfumati e cooperativi.
Ad esempio, sta emergendo un movimento culturale dedicato a questa co-creazione uomo-IA: il promptismo.
Dietro questo neologismo si cela l’idea di concepire il prompt (cioè il testo di input dato a un modello generativo) come un nuovo gesto creativo condiviso. In tal senso, il promptismo indica un “movimento culturale e una proposta filosofica che leggono il prompt come gesto creativo e spazio di co–creazione fra esseri umani e macchine”.
Invece di vedere l’IA come usurpatrice del ruolo dell’autore, il promptismo la propone come partner: l’umano dirige l’orchestra fornendo spunti, l’IA li elabora e risponde, in un gioco di rimandi che può generare risultati inattesi.
Queste forme ibride stanno già dando vita a sperimentazioni letterarie e artistiche interessanti. Ci sono già diversi esempi di creatività ibrida in atto:
- Poeti che usano ChatGPT come musa dialogante;
- Artisti visivi che combinano schizzi manuali con elaborazioni generate dall’AI;
- Romanzieri che costruiscono trame “a quattro mani” insieme a modelli linguistici generativi.
Liquidare tutto ciò con la retorica “l’IA rimpiazza l’uomo” significa non cogliere le potenzialità creative di simili collaborazioni.
Certo, serve coscienza critica per evitare che la macchina appiattisca lo stile o introduca bias nascosti, ma il dialogo creativo uomo-IA è un terreno fertile, non sterile. Ignorare il promptismo e altre forme di sinergia digitale-culturale è un’occasione persa.
Significa rimanere ancorati a una visione dicotomica e conflittuale, mentre il mondo si muove già verso modelli di interazione più complessi. Anche qui torna quell’atteggiamento nostalgico: meglio negare la nuova pratica che provare a capirla e incanalarla responsabilmente.
Criticare l’industria va bene, ma dove sono le alternative?
Un altro punto debole di queste invettive è la mancanza di uno sguardo propositivo sul futuro. Va benissimo criticare il modello industriale-tecnologico attuale, sottolineandone gli eccessi e i costi ambientali. Ma poi? Qual è la strada alternativa suggerita da questi intellettuali? Su questo fronte cala spesso il silenzio.
Non possono parlare, infatti, non ne sanno nulla di pragmatismo; amano parlare, spesso a vanvera, e dire tutto il contrario di tutto.
Denunciare che i sistemi di IA consumano troppa energia è legittimo, ma limitarsi a dire “non usateli” è poco realistico e francamente inutile. Sarebbe più costruttivo discutere di come mitigare l’impatto dell’IA rendendola più sostenibile. Ad esempio:
- Algoritmi più efficienti e ottimizzati;
- Data center alimentati da fonti rinnovabili;
- Hardware a basso consumo energetico;
- Regole internazionali sull’uso etico ed energetico delle tecnologie.
Oppure pensare a come continuare a produrre letteratura e arte con strumenti tecnologici diversi e meno energivori, sperimentando formati innovativi. Su questi fronti, però, gli indignati dell’ultima ora offrono poche idee.
Si ha l’impressione che per alcuni di loro l’importante sia soprattutto scomunicare l’IA come malvagia in assoluto, più che cercare soluzioni praticabili. Una posizione che, alla prova dei fatti, rischia di lasciare il tempo che trova: demonizzare senza proporre è un esercizio sterile. Nel frattempo, le industrie tecnologiche vanno avanti comunque, magari verniciando di “green” le proprie operazioni quel tanto che basta a placare l’opinione pubblica.
Conclusione: tra ironia e realismo (magico)
Siamo dunque di fronte a un paradosso dei nostri tempi, quasi fosse tratto da un racconto di realismo magico contemporaneo: gli intellettuali che hanno accompagnato (o almeno tollerato) decenni di rivoluzione digitale ora impersonano i profeti di sventura contro la IA.
L’ironia è palpabile. Ma al di là della satira, questa vicenda insegna qualcosa. Ci ricorda che l’innovazione tecnologica va osservata con occhio critico costante, non solo quando fa comodo o quando la moda del momento impone di indignarsi. E che la responsabilità va attribuita a chi di dovere: alle aziende e istituzioni che guidano lo sviluppo dell’IA, senza però deresponsabilizzare del tutto l’utente (che può comunque fare scelte digitali più consapevoli).
In definitiva, demonizzare l’IA come se fosse un mostro mitologico e pretendere di esorcizzarla bandendone l’uso è un approccio semplicistico. La sfida vera è convivere con queste tecnologie domandole, regolamentandole e trovando un equilibrio sostenibile. Un po’ come nelle storie di urban fantasy, dove l’elemento soprannaturale convive con la quotidianità: l’IA è ormai parte del nostro paesaggio urbano e culturale.
Sta a noi decidere se trattarla da nemico invincibile o integrarla saggiamente nel nostro vivere, senza ipocrisie né l’illusione di poter tornare a un mondo che ormai esiste solo nei libri di storia.