Perché non crediamo più alle favole?
C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui smettiamo di credere alle favole. Non succede all’improvviso. Non c’è un giorno preciso, né un evento traumatico unico.
È piuttosto un lento spostamento dello sguardo. Un aggiustamento progressivo della percezione. Un addestramento sociale silenzioso che ci insegna cosa è accettabile considerare “reale” e cosa no.
Da bambini, il mondo è poroso. Le soglie sono ovunque. Una stanza buia può aprirsi su un regno, un bosco dietro casa diventare un luogo iniziatico, una voce interiore assumere la consistenza di una presenza. Poi cresciamo. Impariamo a chiamare tutto questo “immaginazione”. E, lentamente, a diffidarne.
Eppure, proprio mentre smettiamo di credere alle favole, iniziamo a vivere in un mondo sempre più instabile, ambiguo, noioso, troppo facile (o difficile) da interpretare. Un mondo che chiede strumenti simbolici nuovi, ma a cui rispondiamo con mappe sempre più ridotte.
È qui che l’Urban Fantasy diventa qualcosa di più di un genere narrativo: diventa una reazione. Una contro-narrazione. Un tentativo di riportare il mito, l’ombra e il mistero dentro le città, nei luoghi abitati, anche piccoli paesini, ma tutti iper-razionalizzati.
La domanda allora non è solo perché non crediamo più alle favole, ma cosa perdiamo quando smettiamo di farlo.
Le favole non erano storie per bambini
Prima di essere addomesticate, le favole erano strumenti. Non servivano a rassicurare, ma a preparare. Erano racconti di passaggio, di crisi, di trasformazione. Parlano di abbandono, fame, morte, metamorfosi, perdita dell’identità, attraversamento dell’ignoto.
Le Fiabe dei fratelli Grimm nascono da un lavoro di raccolta di tradizioni orali dure, spesso crudeli. Bambini abbandonati, genitori incapaci di proteggere, boschi che inghiottono, figure ambigue che aiutano e tradiscono. Nulla di consolatorio. Tutto profondamente reale, se letto sul piano simbolico.
Le Fiabe di Andersen, pur diverse nello stile, non sono meno radicali. Andersen porta il dolore dentro l’interiorità: la solitudine, l’esclusione, il sacrificio silenzioso. Sirene che rinunciano alla voce, soldatini di stagno che bruciano, creature che non trovano posto nel mondo.
Queste storie non chiedevano di “credere” nel senso ingenuo del termine. Chiedevano di sentire. Di riconoscere, dietro il velo del fantastico, dinamiche psichiche ed esistenziali profondissime.
L’adulto moderno e il sospetto verso l’immaginazione
Diventare adulti, nella nostra cultura, significa soprattutto una cosa: imparare a fidarsi della razionalità come unico strumento legittimo di conoscenza. Tutto ciò che non è misurabile, ripetibile, dimostrabile viene spostato ai margini. Tollerato, forse, ma non preso sul serio.
Questo processo ha portato enormi benefici: progresso scientifico, tecnologico, medico. Ma ha avuto anche un effetto collaterale potente: la progressiva delegittimazione dell’immaginazione come forma di conoscenza.
Negli ultimi anni, diversi studi italiani in ambito neuroscientifico e psicologico – condotti da università come Padova, Bologna, Milano-Bicocca e Torino – hanno mostrato come l’iper-dominanza dei processi di controllo razionale (associati alle aree prefrontali del cervello) riduca l’accesso ai sistemi immaginativi profondi. Non li elimina, ma li inibisce.
In termini semplici: più impariamo a controllare, pianificare, ottimizzare, meno siamo disponibili a esplorare. E senza esplorazione, la realtà si restringe.
Razionalità e percezione: una falsa opposizione
Uno dei grandi equivoci del pensiero moderno è aver contrapposto razionalità e percezione, come se la seconda fosse una versione “difettosa” della prima. La scienza contemporanea, però, racconta una storia diversa.
La percezione non è una fotografia oggettiva del mondo. È un processo attivo, predittivo, creativo. Il cervello non registra semplicemente ciò che accade: costruisce ipotesi sul reale, le confronta con gli stimoli e le aggiorna. Ciò che chiamiamo “realtà” è, in larga parte, una narrazione interna coerente.
Studi italiani recenti in psicologia cognitiva e neuroscienze della percezione dimostrano che il cervello funziona come un esploratore, non come un notaio. E qui le favole tornano centrali: perché allenano esattamente questa funzione esplorativa. Non spiegano il mondo. Lo rendono attraversabile.
OCCHIO, quindi: quando smettiamo di credere alle favole, non diventiamo più razionali: diventiamo meno percettivi.
Il cosmo e il piccolo reame del conosciuto
Viviamo in un’epoca paradossale. Da un lato, sappiamo che l’universo osservabile è vastissimo: miliardi di galassie, materia oscura, energia oscura, dimensioni che sfuggono a qualsiasi intuizione quotidiana. Dall’altro, nella vita di tutti i giorni, ci muoviamo come se il nostro piccolo perimetro di certezze fosse tutto ciò che esiste.
La scienza ci dice chiaramente che ciò che conosciamo è una frazione infinitesimale di ciò che c’è. Eppure, psicologicamente, continuiamo a comportarci come se il conosciuto fosse l’unico territorio abitabile.
Le favole – e oggi l’Urban Fantasy – svolgono una funzione analoga alla cosmologia: ci ricordano che il reale è molto più ampio delle nostre mappe mentali. Che esistono zone d’ombra, territori liminali, spazi che non possiamo dominare ma solo attraversare.
Non a caso, molti studi italiani di divulgazione scientifica sottolineano come la consapevolezza dell’immensità cosmica aumenti il bisogno di narrazioni simboliche. Più l’universo si espande, più l’essere umano ha bisogno di storie che tengano insieme senso e vertigine.
Urban Fantasy: il ritorno del mito nelle zone abitate
L’Urban Fantasy nasce esattamente qui. Non in mondi lontani, ma nelle città, nei paesi. Nei quartieri, nei palazzi, nelle stazioni, nei borghi apparentemente ordinari. È il mito che torna dove pensavamo di averlo espulso.
In queste storie, il soprannaturale non irrompe dall’esterno: è già lì, nascosto nelle crepe del reale. Nei non detti, nei traumi, nelle memorie rimosse, nei luoghi dimenticati. L’Urban Fantasy non chiede di sospendere l’incredulità, ma di riattivare la percezione.
Per questo parla soprattutto agli adulti. A chi ha imparato a non credere più alle favole, ma sente che la realtà così com’è raccontata non basta.
Psicologia, narrazione e resilienza
Studi italiani in psicologia narrativa e clinica mostrano come il pensiero simbolico sia strettamente legato alla resilienza emotiva. Le persone capaci di leggere la propria esperienza attraverso metafore, immagini, storie mostrano una maggiore capacità di affrontare l’incertezza, il trauma, il cambiamento.
Le favole non eliminano la paura. Insegnano ad attraversarla.
Offrono strutture narrative per dare forma all’ignoto. Quando queste strutture vengono meno, l’ignoto non scompare: diventa solo più angosciante.
L’adulto che rifiuta le favole spesso non rifiuta il fantastico in sé, ma la perdita di controllo che esso comporta. Eppure, proprio lì si trova una delle chiavi più profonde dell’esperienza umana.
Cosa perdiamo quando smettiamo di credere alle favole
Smettere di credere alle favole significa rinunciare a:
- una lettura simbolica del dolore
- un linguaggio per l’ignoto
- la possibilità di abitare le soglie
- una percezione stratificata del reale
Non diventiamo più lucidi. Diventiamo più poveri di strumenti.
Tornare a credere, da adulti
Credere alle favole, oggi, non significa credere letteralmente a draghi e streghe. Significa riconoscere che la realtà non è riducibile a ciò che possiamo misurare. Significa accettare che esistono livelli di esperienza che la razionalità da sola non riesce a contenere.
L’Urban Fantasy non ci chiede di tornare bambini. Ci chiede di diventare adulti completi: capaci di ragionare, ma anche di percepire. Di analizzare, ma anche di attraversare.
Se senti che il mondo è più vasto di come ti è stato raccontato, se percepisci che sotto la superficie del reale esistono altre correnti, due romanzi possono accompagnarti in questo varco:
Non sono semplici storie. Sono favole per adulti, radicate nel presente, dove il confine tra reale e percepito torna a essere permeabile. E forse, proprio lì, possiamo ricominciare a credere.