Libri di narrativa e sospensione del giudizio: leggere e creare mondi oltre il bene e il male

Articolo su libri di narrativa in relazione allo scrittore creatore di mondi, e al lettore, esploratore di mondi

Nel dibattito contemporaneo sui libri di narrativa, una delle questioni più delicate – e spesso meno comprese – riguarda la capacità del lettore, e soprattutto dello scrittore, di sospendere il giudizio.

Non si tratta di indifferenza morale, né di disimpegno civile, ma di qualcosa di molto più sottile e profondo: la possibilità di osservare il mondo narrativo, e il mondo reale che in esso si riflette, senza ridurlo immediatamente a categorie ideologiche, politiche o culturali.

La narrativa, quando è tale, non nasce per confermare un’idea preesistente, ma per esplorare nuovi mondi. E l’esplorazione, per definizione, richiede uno sguardo che sappia stare un passo indietro, o forse è il caso di dire un passo oltre.

Il lettore onnivoro e lo sguardo panoramico

Esistono lettori fedeli a un solo genere – thriller, fantasy, noir – e lettori onnivori, capaci di attraversare territori narrativi diversi senza bisogno di prendere posizioni definitive. Questo secondo tipo di lettore è spesso quello che più si avvicina allo spirito profondo dei libri di narrativa: non cerca conferme, ma vuole ampiezza; non rassicurazione di una trama sempre identica a se stessa, ma complessità.

Leggere narrativa in questo modo significa accettare che il mondo non sia riducibile a un catalogo morale.

Come la realtà geografica del pianeta – dalle cime dell’Himalaya alle profondità oceaniche – anche la realtà narrativa contiene tutto: il luminoso e l’oscuro, il giusto e l’ingiusto, il comprensibile e l’inaccettabile. Il semplice e il complicato.

Ed è proprio qui che nasce la necessità della sospensione del giudizio.

Tolkien e la domanda sbagliata sugli orchi

Uno degli esempi più emblematici di questa riduzione ideologica della narrativa riguarda J. R. R. Tolkien. Nel corso degli anni, allo scrittore fu più volte chiesto se gli orchi del Signore degli Anelli rappresentassero una metafora dei comunisti o di un preciso schieramento politico.

La domanda, in sé, rivela il problema: tentare di piegare un mondo narrativo vastissimo a una lettura contingente, figlia di un preciso momento storico. Tolkien respinse sempre questo tipo di interpretazione, perché riduceva la sua opera a propaganda, sottraendole profondità mitica, simbolica e universale.

Un’opera di narrativa che ambisce a durare nel tempo non può essere incasellata dentro una bandiera. Quando accade, smette di essere racconto e diventa strumento.

Ecco perché non credo negli scrittori che stanno sempre a parlare di politica, per dirla male.

Narrativa o propaganda?

Qui si apre una linea di confine fondamentale. CHIARIAMOCI: non c’è nulla di sbagliato nell’esprimere un pensiero politico o culturale.

Ma quando un romanzo nasce con l’intento primario di “schierarsi”, perde quella qualità essenziale che rende i libri di narrativa spazi di esplorazione dell’umano.

La propaganda semplifica. Appiattisce.
La narrativa autentica, nella sua semplicità, è complessa.

E la complessità è scomoda, perché costringe il lettore a convivere con contraddizioni irrisolte. Ma è proprio questa convivenza che rende un’opera viva.

Uno sguardo sociologico: il bisogno di polarizzazione

Questa tendenza a forzare le opere narrative dentro schemi ideologici è stata analizzata anche in ambito sociologico.

Lo studio recente e molto citato, “Identity Fusion and Political Polarization”, pubblicato negli ultimi anni su American Sociological Review, mostra come le società contemporanee siano sempre più spinte verso una lettura binaria della realtà: noi contro loro, giusto contro sbagliato, bene contro male.

In questo contesto, ogni prodotto culturale – compresi i libri di narrativa – viene inconsciamente sottoposto a un processo di “etichettatura morale”. Se non si schiera, viene sospettato; se si schiera, viene arruolato.

La narrativa super partes, invece, resiste a questo meccanismo. E proprio per questo diventa pericolosa, o affascinante.

Al di là del bene e del male: una linea che attraversa la letteratura

Il concetto di stare “al di là del bene e del male” non nasce oggi. È impossibile non pensare a Friedrich Nietzsche, che già alla fine dell’Ottocento metteva in discussione la rigidità delle categorie morali, invitando a osservare l’uomo come creatura complessa, attraversata da forze opposte.

Molti grandi autori hanno lavorato su questa linea: Dostoevskij, Conrad, Céline, fino alla narrativa contemporanea più inquieta. Non per giustificare il male, almeno credo, ma per comprenderne l’origine, il funzionamento, la seduzione.

(anche se io personalmente non scriverei mai thriller e solo thriller dove i morti ammazzati fanno andare avanti la storia)

Tornando alla riflessione principale, la narrativa, quando è alta, non assolve e non condanna: mostra per ciò che è. Senza giudicare.

Geopolitica contemporanea e doppi standard

Questo discorso diventa ancora più evidente se spostiamo lo sguardo sulla geopolitica, un ambito in cui il giudizio immediato è spesso fuorviante.

Negli Stati Uniti, l’amministrazione Donald Trump è stata frequentemente rappresentata come una rottura radicale o come l’incarnazione del male assoluto. Tuttavia, se si osservano le traiettorie di lungo periodo, emerge una continuità che attraversa amministrazioni diverse, al di là di stili e retoriche.

La politica estera statunitense non è il prodotto esclusivo della volontà del presidente in carica. È il risultato di un sistema complesso fatto di apparati militari e di intelligence, burocrazie permanenti, alleanze strategiche, interessi economici e filiere industriali.

Sotto Barack Obama, il linguaggio del dialogo e del multilateralismo ha convissuto con interventi indiretti, campagne di droni e il sostegno a conflitti regionali come Libia, Afghanistan e Yemen. L’amministrazione Trump ha modificato soprattutto il tono del discorso pubblico, ma ha mantenuto centrali spesa militare, alleanze strategiche e uso delle vendite di armamenti come leva politica.

Con Joe Biden, la retorica dei valori democratici è tornata in primo piano, senza però interrompere il sostegno a scenari bellici complessi e a equilibri geopolitici già consolidati.

Questo non significa che le differenze tra le amministrazioni siano irrilevanti, ma che esiste una logica sistemica che tende a sopravvivere ai singoli leader.

Ed è qui che la riflessione torna alla narrativa: fermarsi al giudizio immediato significa perdere la possibilità di cogliere le forze profonde che muovono gli eventi.

Lo sguardo dell’artista creatore di mondi non assolve né condanna: osserva. È questo sguardo, al di là del bene e del male, che anche il lettore è chiamato ad allenare.

Il lettore (e lo scrittore) come esploratore

Abbiamo capito che lo scrittore autentico non è un giudice, ma un esploratore. Come un creatore di mondi, osserva gli opposti che convivono nello stesso spazio.

Se l’autore crea mondi, il lettore li attraversa.

E per farlo davvero deve rinunciare – temporaneamente – alla tentazione del giudizio immediato. Non per diventare amorale, ma per accedere a uno sguardo più ampio.

Leggere narrativa significa allenarsi a vedere ciò che normalmente rifiutiamo.

Significa riconoscere che i valori culturali, politici e sociali non sono universali, ma appresi. Cambiano con il luogo e con il tempo.

Ciò che resta, sotto tutto questo, sono i valori innati dell’essere umano: il bisogno e la condivisione dell’appartenenza, per esempio. Oppure: amare.

Conclusione: la sospensione del giudizio come atto creativo

Essere super partes, nella narrativa, non è vigliaccheria. È un atto di grande responsabilità artistica. Significa rinunciare alla comodità della semplificazione per abbracciare la complessità del reale.

In un’epoca che chiede continuamente di schierarsi, i libri di narrativa che resistono a questa pressione diventano spazi preziosi di libertà. Luoghi in cui è ancora possibile osservare il mondo senza ridurlo a uno slogan.

Ed è forse proprio qui che la narrativa ritrova il suo compito più antico: non dire al lettore cosa pensare, ma offrirgli una nuova visuale.

Ed è quello che mi sono sforza di fare con UNIVERSO 25… se sei arrivato/a fino a qui, magari sei curioso/a!

L'autore:

Marco De Biagi, scrittore urban fantasy. Credo che ognuno di noi custodisca un desiderio, un sogno, un obiettivo da raggiungere — e che nessuna esperienza sappia risvegliarlo come una storia ben raccontata.

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