C’è una cosa curiosa che succede ogni anno, più o meno da metà dicembre: ci convinciamo che il tempo rallenti. Luci, vetrine, canti, regali. Il calendario si fa rituale. Si chiude un anno e se ne apre un altro, come se la soglia tra il 31 dicembre e il 1° gennaio fosse davvero una porta.
E poi, proprio mentre proviamo a raccontarci questa tregua (almeno emotiva), arriva la seconda stagione di Fallout: un ritorno al deserto post-apocalittico, con le sue volte di cemento, le sue maschere sorridenti, i suoi jingle ironici e quel retrogusto di “fine del mondo” servito come intrattenimento da divano.
La nuova stagione è partita il 16 dicembre 2025 e proseguirà con uscite settimanali fino al 4 febbraio 2026.
Non è solo una coincidenza di palinsesto. È un incastro culturale. Perché il punto non è “che bella serie”. Il punto è: che cosa ci stiamo preparando a digerire, mentre pensiamo di stare solo guardando una storia?
Perché Fallout arriva adesso (e perché funziona così bene)
Nel mondo di Fallout, l’apocalisse nucleare è già avvenuta. È una condizione di base, come la pioggia in un noir: non “succederà”, ma “è già successo”. Tu spettatore entri dopo. E questa è la prima magia (nera) della serie: ti risparmia l’angoscia dell’attesa, e ti consegna l’angoscia del dopo, che è più gestibile, più narrabile, più vendibile.
In pieno periodo natalizio, con la testa piena di bilanci e buoni propositi, una storia del “dopo” è paradossalmente rassicurante: perché ti dice che, anche quando finisce tutto, qualcosa continua. Continuiamo noi, continuano i poteri, continuano i mercati, continuano le gerarchie, continuano i simboli. E continuano persino le canzoncine.
È qui che il realismo magico (quello vero, non come etichetta) inizia a bussare: la magia non è l’esplosione. La magia è il fatto che, dopo l’esplosione, l’umanità riproduce gli stessi meccanismi con una naturalezza disarmante.
Natale, fine anno, inizio anno: il tempo delle soglie
Il Natale, al netto del consumo, nasce come rito di soglia: “muore” l’anno vecchio, “nasce” qualcosa. E ogni soglia, nella narrativa, è un punto delicato: o ci trasformiamo, o torniamo identici a prima (ma con un cappotto nuovo).
Il problema è che oggi viviamo soglie dentro soglie: crisi energetiche, guerre che non finiscono, pandemie orchestrate, economie che si riconvertono, linguaggi pubblici sempre più militarizzati. Non sto parlando di “ansia generica”. Sto parlando di segnali politici e istituzionali chiarissimi.
Il 15 dicembre 2025, in un discorso ufficiale al RUSI, il nuovo Chief of the Defence Staff britannico, Air Chief Marshal Sir Richard Knighton, ha descritto un contesto più pericoloso di quanto abbia visto in carriera e ha invocato un approccio “whole of society”, fino a includere l’idea che “sons and daughters… will all have a part to play… and if necessary, to fight” (figli e figlie… dovranno avere una parte… e se necessario, combattere).
Non è “fantapolitica”. È lessico da tempo di guerra portato nel mainstream istituzionale, proprio mentre noi accendiamo le lucine sull’albero o facciamo posto a Gesù bambino nel presepe.
Ed è qui che Fallout smette di essere solo Fallout.
Come si “vende” una guerra: il frame buoni/cattivi
Ogni guerra, per diventare sostenibile nel consenso, ha bisogno di una storia semplice. Una storia che abbia:
- un aggressore riconoscibile
- una vittima riconoscibile
- una causa “giusta”
- un finale morale (o almeno una promessa di finale)
In comunicazione politica e mediatica, questo si chiama framing: selezionare alcuni elementi della realtà e montarli in un racconto che spinge verso una certa interpretazione. La definizione classica di Entman (1993) viene continuamente ripresa negli studi contemporanei sul framing dei conflitti.
E dentro il framing, c’è un sotto-genere potentissimo: il moral framing, quello che trasforma una complessità geopolitica in una lotta tra “bene” e “male”, “virtuosi” e “mostri”. Studi su “moral framing” mostrano come questo linguaggio tenda a definire un attore come aggressore e l’altro come “virtuoso and victimized”, legittimando l’azione come moralmente necessaria.
Non sto dicendo che non esistano aggressioni reali, crimini reali, responsabilità reali. Esistono eccome. Sto dicendo che, per ottenere consenso e tenuta emotiva, la comunicazione pubblica riduce: taglia via interessi, contraddizioni, ambiguità, e ci consegna la favola operativa.
E questa favola operativa ha un effetto collaterale notissimo: il “rally around the flag”, cioè la tendenza di una popolazione a compattarsi attorno alla leadership in tempi di crisi o minaccia, con conseguenze misurabili anche sul consenso politico.
La guerra, raccontata bene, produce coesione. E la coesione, in politica, è carburante.
Carburante che poi si tramuterà in montagne di soldi, proprietà e terre, poteri… e via di seguito.
Sotto la favola: la scacchiera di potere, industria, ritorni economici
Ora veniamo alla frase scomoda (che alcuni simpatizzanti politici sembrano ancora non voler capire): le guerre come mosse su una scacchiera capitalistica, di mercato e di potere.
Se la dici così, nuda e cruda, sembra un post rabbioso. Se la guardi con i dati e con la storia delle istituzioni, diventa una lettura strutturale: gli incentivi economici e industriali intorno alla difesa esistono, sono enormi, e influenzano scelte e narrative.
Due punti, molto concreti:
- Il business dell’industria degli armamenti cresce con la domanda di riarmo.
Nel 2024, i ricavi da vendite di armi e servizi militari delle 100 maggiori aziende del settore hanno raggiunto un record di 679 miliardi di dollari, in crescita, secondo SIPRI.
Reuters ha ripreso quei numeri sottolineando il record e il peso dei primi grandi gruppi. - La spesa militare pubblica alimenta direttamente contratti privati.
Il progetto Costs of War (Brown University) riporta che dal 2020 al 2024 imprese private hanno ricevuto 2,4 trilioni di dollari in contratti dal Pentagono (circa il 54% della spesa discrezionale del Dipartimento della Difesa in quel periodo).
E c’è un terzo punto, quasi “letterario” per quanto è rivelatore: nello stesso discorso del 15 dicembre 2025, Knighton parla apertamente di far affluire più capitale nell’industria della difesa e cita la necessità di opportunità per gli investitori di ottenere ritorni (“returns”).
Il fantastico business della guerra (non ti sembra fantasy?). Eppure è reale, appunto: realismo magico.
Ecco perché chi ancora non apprezza questo genere narrativo si perde una bella fetta della storia. Ma andiamo avanti…
Questa non è una teoria: è un’architettura. Ed è esattamente ciò che Eisenhower chiamava, già nel 1961, “military-industrial complex”, mettendo in guardia contro l’influenza indebita di questa combinazione su democrazia e processi decisionali.
Se metti insieme:
- la necessità politica di consenso (frame buoni/cattivi),
- la necessità strategica di riarmo,
- la presenza di enormi filiere industriali che prosperano sul riarmo,
capisci perché, spesso, le guerre non sono solo “eventi”: sono ecosistemi.
Hollywood e le serie mainstream: intrattenimento, ma anche addestramento emotivo
Qui entra la parte più delicata (e più interessante): l’idea che le grandi produzioni mainstream aiutino a “far digerire” certe eventualità.
Attenzione: non serve immaginare un regista in una stanza con un generale che decide il destino del mondo. Basta qualcosa di più semplice e documentato: cooperazione istituzionale tra apparati militari e industria dell’intrattenimento.
Negli Stati Uniti esistono procedure e regolamenti che disciplinano l’assistenza del DoD a produzioni entertainment (film, TV, anche videogiochi): accesso a basi, mezzi, consulenza tecnica, ecc. È scritto nero su bianco nella normativa e nelle policy pubbliche.
E poi c’è la ricerca: nel 2025, all’interno della serie “Consuming War” (Costs of War / Brown), Tanner Mirrlees descrive il “DoD-Hollywood complex”, parlando di come ufficiali di public affairs possano influenzare rappresentazioni e come, storicamente, oltre 2.500 produzioni war-themed abbiano avuto forme di coinvolgimento o supporto.
Traduzione in linguaggio narrativo: se vuoi la fama, spesso accetti il prezzo. E il prezzo può essere (anche) l’immaginario.
È qui che la tua metafora delle “semina” nei romanzi è perfetta: le serie mainstream non dicono “accadrà X”. Piuttosto piantano immagini, emozioni, normalizzazioni. Rendono l’eccezionale familiarizzabile.
Fallout come specchio: la bomba è l’inizio, non il climax
E allora Fallout diventa un dispositivo culturale potentissimo, perché fa una cosa che il cinema bellico classico spesso evita: mostra che l’apocalisse non è “il botto”. È il nuovo assetto.
Nel suo mondo:
- la guerra nucleare è lo sfondo,
- la vera trama è la lotta per risorse, controllo, narrativa, identità,
- e la satira del consumismo e delle corporation non è un abbellimento: è il motore.
Questo è il punto che mi interessa collegare al realismo magico e all’urban fantasy: non esiste fantasy più potente del reale quando il reale decide di superare se stesso in crudeltà, in delirio di potere, in escalation.
Il realismo magico, quando è serio, fa questo: prende la realtà e la mette sotto una lente che fa emergere l’assurdo che già c’era. Non aggiunge draghi. Ti fa vedere il drago nella burocrazia, nel profitto, nella paura che diventa politica.
E oggi, mentre guardiamo un mondo post-nucleare in streaming, fuori dallo schermo si parla di:
- riarmo,
- industria della difesa come “dividendo”,
- società che deve prepararsi,
- figli e figlie che potrebbero dover combattere.
Non è necessario gridare “terza guerra mondiale” per sentire il vento. Basta ascoltare il lessico.
Il “fantasy” più potente è quello che ci raccontiamo per accettare l’inaccettabile
C’è una domanda che a Natale torna sempre, anche quando fingiamo di non farcela: che anno è stato?
E subito dopo: che anno sarà?
La cultura pop risponde spesso al posto nostro. Ci dà forme emotive preconfezionate: paura gestibile, adrenalina, nemico chiaro, catastrofe estetizzata.
Il realismo magico, invece, ti fa una proposta più scomoda: non anestetizzare. Guardare. Riconoscere i simboli mentre accadono. Chiamare le cose col loro nome, senza diventare cinici.
E qui entra, inevitabilmente, anche la mia scrittura.
Universo 25 e il colonnello Giàcadi: quando la “preparazione” diventa destino
In Universo 25 – sotto la montagna, io ho voluto giocare (e non è un gioco leggero) con l’idea che le società si preparino al peggio fino a renderlo plausibile, poi probabile, poi inevitabile.
È una dinamica narrativa… ma è anche una dinamica politica.
Il colonnello Giàcadi incarna proprio questo: la mentalità dell’apparato che ragiona in termini di minaccia, necessità, obbedienza, “è per il bene”. E in certi passaggi, quella voce somiglia terribilmente al tono con cui oggi alcune istituzioni occidentali riportano la parola “guerra” dentro la vita ordinaria.
Quando senti dire che “figli e figlie” dovranno “costruire, servire, e se necessario combattere”, capisci quanto il confine tra romanzo e realtà sia sottile.
Il realismo magico qui non è l’incantesimo: è il fatto che il presente sembra citare il futuro. O viceversa.
Chiudiamo l’anno (solo) leggendo storie?
Non sto dicendo: “non guardate Fallout”.
Sto dicendo: guardatelo come guardereste un sogno importante. Quelli che non capisci subito, ma che ti restano addosso.
E soprattutto, in questo periodo di Natale e fine anno, prova a farti una domanda semplice, quasi banale (ma esplosiva): quali storie mi stanno preparando a cosa?
Il realismo magico non serve a fuggire dalla realtà. Serve a non farsela raccontare in versione addomesticata. Serve a vedere la scacchiera sotto la favola, senza perdere la compassione per chi paga il prezzo. Serve a ricordarsi che il mondo non è un film, e che nessuna colonna sonora rende “normale” l’idea di un conflitto totale.
Se vuoi, questa è anche l’invocazione che sta sotto Universo 25 – sotto la montagna: leggere per tenere accesa la coscienza. E, magari, per non arrivare mai a vivere davvero dentro un episodio di Fallout.
Buona soglia, allora. Buon Natale.
E che il nuovo anno non ci trovi più addestrati alla paura… ma più capaci di riconoscere i meccanismi che la vendono.